4 Agosto 2026

Generazioni di Flegrei

Sono cresciuta imparando sin da piccola che cosa fosse il fenomeno del bradisismo.
Ogni passeggiata a Pozzuoli significava una sosta davanti al Tempio di Serapide, il Macellum, mercato pubblico romano dei Campi Flegrei, e non mancava occasione che mi venissero fatti notare i fori dei litodomi, molluschi che segnando il marmo definivano i vari livelli dell’acqua nelle diverse epoche.

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E così, allo stesso modo, ogni volta che passavamo nella zona alta della città la macchina rallentava per sentire l’odore di zolfo o per farmi vedere le fumarole. Quando eravamo sulla darsena i commenti sul livello del mare accompagnavano ogni altra conversazione.

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E il lago d’Averno. Paesaggio che porta in altri mondi, che ritrovi sui libri di scuola e offre l’onore di specchiarti nel mito a due passi da te. La porta dell’Ade, dove nessun uccello può continuare nel volo a causa dei fumi del vulcano, postazione di lavoro di Caronte, vecchio barbuto traghettatore delle anime. Ancora oggi nei miei rientri cambio spesso strada, solo per poterlo vedere.

In camera ho il quadro dell’Arco Felice vecchio dipinto da mio padre, lo ammiro ogni mattina e tutte le volte che ci passo sotto resto affascinata dall’ingegneria dei romani e da questa costruzione risalente al primo secolo dopo Cristo. E come nel dipinto cerco il bacio fra le nuvole.

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E così, quando sono a Pozzuoli, accade ancora, con il tempo bello e brutto, con la testa sgombra o pensierosa, che io volga lo sguardo al Serapeo, faccia un giro per la darsena, inspiri l’ inconfondibile odore di uovo con una punta di acredine della Solfatara e senta a di essere a casa.

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Il tema di sentirsi a casa è a me caro. La casa è uno spazio interiore. Ma la nostra anima sceglie il luogo in cui incarnarsi e venire al mondo.

Essere vissuta tanti anni lontana da casa, quasi non avessi il diritto di appartenere a questa terra quando ne facevo ritorno – troppo milanese per essere a Pozzuoli e troppo napoletana per essere a Milano – ha invece fatto sentire con ancora più forza le radici, perché ciò che sono, la mia identità, passa anche dal luogo in cui sono nata e cresciuta e dagli antenati che questa terra hanno abitato.

Sono cresciuta con i racconti dei miei genitori sul terremoto dell’Irpinia del 1980 e la crisi bradisismica dell’82-84. Mi hanno descritto quel periodo come faticoso e complesso e al contempo gioioso e solidale. In quegli anni i miei vivevano in una villetta sulla Solfatara, che poi, a seguito delle incalzanti scosse, avrebbero lasciato per andare nelle zone di Mondragone, Giugliano, e infine Monteruscello. Tutti luoghi che raccontano di un esodo in quel momento necessario per mia madre e mio padre, prima con due, e con me ultima arrivata, tre figli a cui badare.
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Era l’inizio degli anni ’80, quando decisero di ospitare per circa due mesi in casa e nel giardino una quindicina di persone, tra fratelli, sorelle, mogli, mariti, nipoti, nonni e consuoceri. Il giardino fu destinato ad area di sosta di due roulotte. Al piano terra della villa sui divani dormivano alcuni tra gli uomini, donne e bambini nei letti matrimoniali, nei due rimorchi destinati ad uso abitativo altre due famiglie.

La mattina per fare colazione nella piccola cucina Elia, fratello di mio padre, uomo di precisione e rigore, gestiva i turni e il traffico, intanto zio Michele suonava la chitarra, i ragazzi cantavano, i bambini giocavano, mia madre e zia Vega cucinavano cumuli di friarielli, che mio nonno portava dalla campagna (per chi non sa che cosa sia questa verdura tipica del periodo autunnale e invernale, consiglio di recuperare ndr).
Ancora oggi, mentre rievocano quei giorni, mia madre e zio Alfonso sorridono al solo pensiero.

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Porto a voi questa storia, certa che ogni abitante di Pozzuoli ne abbia una da condividere, legata al bradisismo e ai Campi Flegrei che questo fenomeno caratterizza. Un ricordo di ieri, una esperienza di oggi.

Ogni luogo un’emozione, un racconto di vita e di fierezza di appartenere a questa terra.

Durante l’ultima scossa lo scorso venerdì 31 luglio, la più forte degli ultimi 40 anni, eravamo io e mia mamma sul divano, Tap ai nostri piedi. Pochi minuti dopo ha bussato la vicina per sapere come stavamo. Una volta sincerata che stessimo bene è sparita dietro l’uscio, la lancetta dell’orologio si è spostata di pochissimo in avanti ed è tornata con tre tazzine di caffè freddo. Un po’ di consolazione, c’è stato detto.

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Poco dopo è arrivata mia sorella, e a quel punto eravamo tre donne e un cane. Ognuna con il suo modo di vivere la situazione, con Tap che da quando è diventato vecchiettino resta tra il sorpreso e l’impassibile di fronte agli eventi della vita, tutti – donne e quadrupede – sotto lo stesso tetto.

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C’è stata un’altra scossa, ci siamo strette tra di noi, eravamo in cerchio senza neanche rendercene conto, e Angela, mia sorella, per poco non stritolava il braccio di mia madre. Incerte su quale sarebbe stata la mossa successiva, nuovamente sedute in cucina, ho distribuito creme viso, per stemperare la situazione e idratare la pelle.

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Mi sono tornati alla mente i racconti che avevo ascoltato e ho pensato che a oltre 4 decenni di distanza, il mio, in relazione a questa scossa, sarà un ricordo di una linea tutta al femminile, tre generazioni di donne diverse, unite e strette insieme.

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Da quella sera migliaia di persone sono rimaste senza casa. Pozzuoli è scesa in Piazza. Ha chiesto di essere ascoltata. I cittadini hanno chiesto un alloggio per tutti gli sfollati, acqua ed energia elettrica.

La comunità di Pozzuoli si è stretta intorno a chi in questo momento vive disagi e difficoltà, unita da storie che affondano in tempi antichi e che ciascuno porta con sé, e che insieme tessono la trama di un popolo che ama la sua terra, orgoglioso di essere Flegreo.

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Serena Adriana Poerio

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